Una certa idea di “Cambiamento”
 

go|ver|nà|re
v.tr., v.intr. (io govèrno)
AU
1 v.tr., reggere, guidare esercitando il potere politico e amministrativo di uno stato: g. un paese, una nazione; anche ass.: g. con giustizia, g. bene, male, dispoticamente
2a v.tr., dirigere, amministrare: g. un’azienda, una banca, una società | g. la casa, la famiglia, provvedere al loro buon andamento
2b v.tr., estens., di legge, norma e sim., reggere, regolare: le leggi che governano lo stato, i rapporti fra cittadini
3 v.tr., fig., far procedere nel modo voluto, tenere sotto controllo: g. una situazione difficile
4 v.tr., fig., guidare, influenzare: il destino governa le vicende umane |
LE ridurre in una determinata condizione: Amore era quelli che così m’avea governato (Dante)
5 v.tr.
CO dirigere un’imbarcazione mediante il timone, mantenendola in rotta | estens., manovrare un veicolo, un aeroplano, ecc.: g. un aereo, un pesante automezzo difficile da g.
6a v.tr.
CO provvedere ai bisogni, al mantenimento, spec. di un animale: g. i buoi, i cavalli, il bestiame | TS agr., concimare: g. le piante, il terreno | TS enol., aggiungere al vino mosti di uve passite per migliorarlo
6b v.tr.
CO accudire, avere cura di qcn.: g. un bambino, un malato
7 v.tr.
RE tosc., aggiustare, riparare: g. un orologio
8 v.tr.
OB LE cucinare: gli mandò dicendo che a cena l’arrostisse e governassela bene (Boccaccio)
9 v.intr. (avere)
TS mar., di imbarcazione, mantenere la rotta, rispondere ai comandi del timone: una nave che governa bene, male

 

 

Interessanti alcune delle definizioni che vengono date per la parola governare; interessanti e stimolanti. Per esempio “reggere e guidare un Paese” , accudire un malato, tenere sotto controllo ed anche guidare, dare una direzione.

 

Tutte espressioni stimolanti ed espressive dei desideri di molti di noi ormai alle porte delle primarie nel Partito Democratico e con la conseguente speranza di cambiamenti che influenzeranno il nostro futuro. Con una particolare attenzione ai temi dell’Innovazione e del Cambiamento.

 

Cambiamento,in effetti, ci piace di più:implica una trasformazione strutturale e individuale con un point break rispetto al passato Point break è il momento in cui la grande onda si frange permettendo ai surfisti di cavalcarla e di correre sull’acqua.

 

Una situazione simbolica del nostro desiderio di riprendere, nel nostro Paese, uno sviluppo significativo e partecipare ad una positiva trasformazione dell’intero sistema mondiale. Vogliamo in queste note ragionare e conversare sul sistema Italia per un futuro migliore, attraverso alcune considerazioni preliminari:

 

·         La tecnologia, in particolare quelle legate all’ICT, non sono l’unico elemento che caratterizza l’innovazione e il cambiamento, ma la nostra vita e le nostre attività economiche sono fortemente caratterizzate da una diffusa e preponderante “economia della conoscenza e dell’informazione”. Questo ha come risultato che la tecnologia per il trattamento e la diffusione, appunto, di conoscenza e informazione risulti infine pervasiva e strutturalmente rilevante.

 

·         Innovazione è una parola abusata e spesso misleading. Comunque ne facciamo uso cercando di distinguere fra un indispensabile bisogno di “continuità innovativa” nei processi e nella definizione dei nostri prodotti, e un momento di cambiamento più profondo e complessivo. Un esempio di abuso e di incomprensione e nella parola “innovazione”: non si capisce si la utilizziamo in realtà per stigmatizzare una speranza, quella che in realtà il nostro “sistema” è in uno stato sufficiente di sviluppo e che ha solo bisogno di un “restyling” per riprendersi. Oppure che si tratti di un momento contingente, …adesso facciamo un po’ di innovazione…., invece che di un processo permanente come dovrebbe essere e come non sarà a meno di trasformazioni più radicali nell’economia e nella organizzazione sociale.

 

·         Nella analisi, questi argomenti portano a confrontarsi con realtà che attualmente hanno tassi di sviluppo molto maggiori del nostro Paese. Per tradizione come la California o per rivoluzione come la Cina e l’India. Vorremmo prendere in esame fattori non solo contingenti, ma anche legati alla cultura di base di quelle realtà e dei loro territori, e impostare considerazioni e possibili progetti che riguardino la formazione e più genericamente una efficace politica per i giovani. A partire dalla considerazione fatte su alcuni libre recenti che i Grateful Dead da una parte e Confucianesimo e Buddismo dall’altra hanno avuto un ruolo significativo in queste crescite.

 

·         Un cambiamento in un sistema Paese implica volontà e progetti politici. La politica “buona” con la possibilità di avere approcci collettivi e coordinati alla soluzione dei problemi, sarà un nostro riferimento. Politica è parola assolutamente mancante in molte analisi e valutazioni riferite all’innovazione, ma una visione di sistema sul “cambiamento necessario” non può prescindere da una impostazione significativa di una politica industriale. L’espressione “politica industriale” ci interessa in realtà su due livelli diversi: quello delle Aziende che hanno spesso dimenticato come si crea valore, attraverso piani per prodotti e mercati, e si concentrano su operazioni finanziarie a beve termine, perdendo così competitività e contribuendo ad arricchire “pochi”.

 

·         Ma altra questione è quella relativa alla Politica Industriale di un Paese; certamente non sono riproponibili momenti di gestione di una economia nazionale con forti e inefficienti accentramenti “statalisti”. Ma pensare che “il mercato si regola da solo” è un’altra espressione che ha fatto il suo tempo. Se l’alternanza Keynes/Reagan ha un ciclo, si tratta ora di trovare un nuovo equilibrio in cui le regole di mercato rimangano sovrane e vero motore dello sviluppo economico ma con alcune indicazioni “collettive” che facilitino la individuazione degli obbiettivi comuni da raggiungere e permettano quel approccio sistemico a cui molti di noi si sono recentemente riferiti.

 

·         Sul tema dell’innovazione, dell’aumento della competitività e della crescita del sistema Italia, appaiono quotidianamente articoli e valutazioni con proposte spesso interessanti. Ma ciò che manca è una visione sistemica di tutti i fattori che, assieme, e non disgiunti, possano contribuire a cambiare e migliorare la situazione.

 

 

Dunque, “Innovazione”: è sufficiente? Convinti che le parole sono spesso “leggère” e che può essere une perdita di tempo star lì a “sottilizzare” davanti a questioni più rilevanti, convinti di discutere comunque di cambiamenti di un Paese, convinti delle necessita di avere nuove “versioni”, progetti, per un Paese in corso di costruzione, proponiamo un Italia 2.0 che non rinunci affatto al suo passato ma lo utilizzi per migliorarsi in una nuova release.

 

Sinteticamente, alcune delle cose da fare, con una progressiva applicazione di interventi “politici” cercando di introdurre appunto il concetto di “regole e indicazioni per lo sviluppo”; consci che esprimere una regola non significa necessariamente “limitare e controllare” come spesso esprimono negativamente i fautori di un liberismo casalingo e inefficiente.

Significa piuttosto dare delle linee guida che aiutino e coordinino la crescita. Un contesto già fortemente sviluppato può contenere in sé le regole per guidarsi ma una condizione di crisi necessita di elementi di coordinamento e “di governo”, con una ampia partecipazione e un largo consenso che permetta un “utilizzo” di queste regole verso una accelerazione collettiva. Quella che segue non è ovviamente una analisi esaustiva e totalizzante, ma piuttosto un insieme di spunti da far convergere in una discussione più ampia, avendo in mente i tempi delle costruzione di una Piattaforma Programmatica del Partito Democratico

 

  • Se vogliamo fare dell’Italia un Paese competitivo sul piano internazionale, dobbiamo invertire la rotta e scegliere di investire con forza sulla parte giovane del Paese, iniziando ad attrarre, sostenere e valorizzare le migliori energie creative dei nostri ragazzi; l’idea del Governo Prodi di istituire un Ministero per le Politiche Giovanili nasce esattamente con l’obiettivo di tradurre questa intenzione in scelte concrete. Un dei compiti che abbiamo è quello di arrivare quanto prima a disegnare un Piano Nazionale Giovani, un progetto che il Ministero sta predisponendo e che ha l’ambizione di inserire in maniera articolata ed omogenea nell’agenda del Governo le questioni che più urgentemente riguardano la parte giovane del Paese. Favorendo la stabilizzazione degli impieghi, predisponendo serie politiche abitative,  incentivando  la formazione culturale, sostenendo il merito scientifico, ecc.

 

  • Se vogliamo dunque costruire un Paese innovativo e competitivo in un mondo globalizzato, dobbiamo investire nella formazione dei nostri ragazzi, scegliendo di investire sul loro futuro. E’ infatti in questo senso che le nuove tecnologie costituiscono un potente trampolino di lancio per lo sviluppo di iniziative e progetti in cui i giovani siano protagonisti. Ecco quindi la necessità di stimolare la crescita di una cultura informatica diffusa, promuovendo programmi di apprendimento che durino tutto il ciclo di vita (long life learning) in particolare rivolti alla formazione delle giovani generazioni. E’ essenziale allora rafforzare l’insegnamento della cultura tecnologica in generale e informatica in particolare, partendo dalla scuola pubblica. Ricordando che nulla di questo è stato fatto dallo scorso Governo, che al contrario ha azzerato gli investimenti in informatica nelle scuole. Per lo stesso motivo uno dei tasselli del costituendo Piano Nazionale Giovani dovrà essere la previsione di prestiti a tasso agevolato ai giovani fino a 30 anni per abbonamenti a servizi di connessione a banda larga e, più in generale, per l’acquisizione di competenze informatiche.

 

  • Prendendo a prestito la terminologia da altre“riflessioni tecnologiche”, vorremmo costruire una architettura culturale “aperta” :Open Source e Open Net sono due temi complementari di una cultura dell’accesso che rende aperto e produttivo il sistema su cui una “architettura” opera per il sostegno ad uno sviluppo e quindi per la realizzazione di nuove applicazioni, servizi e prodotti. La disponibilità, per così dire, delle “idee sorgenti” consente uno sviluppo continuo e trasversale di quelle applicazioni, con una implementazione del concetto di re-use che favorisce la messa a punto di nuovi prodotti. Più pragmaticamente la nuova architettura deve garantire quella “partecipazione”, “ri-usabilitàlla”, “convergenza”, “semplicità” di accesso che permetta la realizzazione di una “intelligenza collettiva” a disposizione di una economia collettiva. Significativo che tutte le definizioni intorno alla ormai notissima espressione “web 2.0”, hanno un risvolto sociale e politico. I concetti di “Creative Commons” e “Open Directory Project” sono intrinsecamente legati ad un desiderio di partecipazione collettiva che già una volta aveva portato Mitch Kapor a indicare che “l’architettura è politica” con esplicito riferimento a “The Net”.

 

  • In questa direzione occorre pensare all’Italia come un enorme “hub” per la attrazione di capacità creative e di produzione intellettuale internazionale nel nostro Paese. È questa una delle idee del Ministro Giovanna Melandri che ipotizza la possibilità di agevolazioni fiscali e di strumenti finanziari per la messa a punto di start-up ad alto contenuto ideativo e di ricerca, nonché di ambienti per il trasferimento tecnologico dei risultati in progetti e iniziative industriali. Un progetto analogo a quello che ha permesso all’Irlanda negli ultimi venti anni, di modificare radicalmente la propria struttura economico-sociale; ma adattato ai cambiamenti che nel frattempo sono avvenuti nei modelli di business dell industria, nel frattempo diventata sempre più della Conoscenza e dei Servizi.

 

  • Dunque, “hub” come luogo di avvicinamento, che permetta ai giovani italiani, creativi e ideatori nell’Arte e nella Scienza, nell’Ingegneria e nel Cinema, nelle Biotecnologie e nell’Architettura, non solo di non lasciare il nostro Paese, (2500 giovani ricercatori e insegnanti italiani, lavorano nelle Università in Gran Bretagna, dove le difficoltà di accesso e di crescita nel sistema universitario non hanno la dimensione di quelle in Italia), ma di trovare mezzi e supporti per trasferire il loro ingegno alla dinamiche situazioni di un mondo industriale internazionale. Internazionale appunto perché l’hub dovrà essere aperto a giovani anche di altri Paesi, con il risultato di creare qui. da noi, quel melting pot intellettuale che tanto aiuta crescita e benessere. Internazionale per l’attenzione che l’industria globale dovrà dare all’iniziativa, fuori dalla secche di una visione provinciale e consociativista.

 

·         La concorrenza va sviluppata; concorrenza, competizione, sono espressioni che indicano una situazione di mercato ricca, articolata, ma anche selettiva e quindi capace di esprimere la crescita auspicata, non semplicemente “garantista” di asfittiche sopravvivenze. Ma la competizione economica e industriale non è una guerra in cui deve vincere un Paese; è una partita, in cui emergere con nuove idee fa bene a tutti, tutti i Paesi del mondo che dalle nuove idee ricavano vantaggi nello sviluppo della qualità della vita dei loro cittadini.

 

·         Servono imprenditori capaci di creare prodotti nuovi e di rischiare per portarli sul mercato. Imprenditori con la passione di quegli uomini che nel dopoguerra hanno creato il miracolo italiano della Olivetti, o della Telettra, e che sappiano concepire nuovi prodotti sfruttando le tecnologie disponibili, che sappiano re-interpretare il made in Italy tradizionale per adeguarlo alle sfide del mercato globalizzato. Servono ingegneri e ricercatori capaci di creare cose nuove, siano esse un software avanzato per il controllo di processo o la formula di una nuova molecola per curare i tumori.

 

·         Serve quindi una interpretazione più ampia del concetto di competitività, sino a coinvolgere atteggiamenti individuali e nuove culture soggettive; “quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare” è l’espressione che il Presidente del Consiglio ha usato in un’occasione per caricare se stesso e il suo team, sottolineando la necessità di andare avanti cercando di non commettere errori e portare a termine un programma indispensabile di riavvio del Paese e di impostazione di una trasformazione di medio-lungo periodo, coerente e di supporto alla più globale trasformazione in atto nel mondo.

 

·         Serve l’applicazione di un “programma di lotta”. Naturalmente non violenta! Utilizzando la stessa simbologia utilizzata appunto da Prodi che in quell’occasione aveva citato il rugby, appunto “non violento”. Quei simpatici giganti che spettacolarmente portano una palla in meta, sono il simbolo della lotta per vivere, migliorarsi, competere soprattutto con se stessi, ma non appena qualcuno si fa male, si fermano con un fair play mai visto in altri sport, si scusano e riprendono. Poi bevono insieme nel terzo tempo, quella fantastica tradizione inglese che rende gli avversari “amici e compagni”, perché gareggiare non è essere nemici.

 

Luca De Biase dal suo blog:

 

Il bisogno di una nuova grande avventura

C'è un'idea, in economia, per cui valga la pena di battersi? Ci sono valori nei quali credere? C'è ancora spazio per biografie controverse ma costruttive, tanto diverse nei contenuti quanto simili nella passione per una visione dell'economia, come quelle che in Italia hanno i nomi di Adriano Olivetti, Luigi Einaudi, Enrico Mattei? Ci sono epopee eroiche davanti a noi, come quelle dei mercanti di Venezia o Genova, dei navigatori di Spagna e Olanda, dei capitani d'industria inglesi, dei pionieri americani, degli innovatori cosmopoliti di Silicon Valley? Ci sono nuove avventure in vista? O si tratta ormai solo di gestire, accumulare, conquistare, difendere, la ricchezza? In India, forse. O in Cina, in Brasile. Ma in Europa? La politica appassiona, ma perché non l'economia?

 

 

 

 

 

 

 
mariocitelli@hotmail.com